Nel 1970, mentre risuona ancora forte il rimbombo delle domande di
rinnovamento e delle critiche al consumismo capitalista condotte dalle
contestazioni studentesche, in un periodo storico in cui il sistema
dell’arte si sta aprendo a nuove pratiche come la land art e le
performance con il corpo, tre anni in anticipo su una crisi energetica
che cambierà per sempre la consapevolezza delle persone sui temi
ambientali, a New York viene fondato un piccolo studio di architettura:
Sculpture In The Environment, in breve SITE.
Con una formazione da scultore, la visione di James Wines e dagli altri
soci fondatori è quella di riuscire a coniugare la progettazione di
edifici con le arti visive, con una tecnologia eco-compatibile e con il
paesaggio, inteso come ambiente sociale e naturale.
Per tentare di comprendere la filosofia progettuale di SITE e
l’importanza che questo studio ha ricoperto, forse vale la pena partire
da tre parole che rimandano direttamente agli eventi appena citati:
consumi, arte e verde. E subito dopo ne aggiungerei una quarta, il
tempo.
L’universo dei consumi di massa entra nel discorso su SITE per almeno
due aspetti. Innanzitutto, il consumismo rappresenta quello strato
vitale fatto di riti e di economia che sta alla base dell’esistenza di
catene di grandi magazzini come Best Products grazie ai quali lo
studio ha avuto la prima opportunità di cimentarsi con l’architettura.
Inoltre, il concetto di consumo, volendo rivolgere uno sguardo più
ampio, va a coinvolgere la natura stessa del fare architettura. In un
orizzonte politico e sociale come quello attuale, in cui qualunque
committente può rivolgersi al (super)mercato internazionale
dell’architettura e portarsi a casa il suo Hadid o il suo Libeskind, la
norma produce edifici costruiti per essere sempre più spudorati nel
fare mostra di sé, urlando attraverso se stessi uno stile che diventa
griffe, ma che resta spesso incapace di istaurare relazioni profonde
con la funzione dell'edificio e con il paesaggio in cui si posa.
Di fronte al nascere di un consumismo dell’archittura de-localizzata,
SITE negli anni ’70 ha teorizzato il concetto di dis-architettura, dove
l’attenzione del progettista scivola via dalle questioni formali e si
accasa in quella zona non ben definita, fatta di soglie, che sta ai
margini della disciplina, soglia tra edificio e paesaggio, tra
edificio e comunicazione, tra edificio e società.
